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Per seguire il nostro
itinerario:
http://www.turistel.cl/v2/secciones/mapas/ruteros/magallanes.htm
Lentamente
muore colui che non viaggia. Pablo Neruda

248 km di asfalto con il vento in poppa ci portano
da Puerto Natales –dove abbiamo raggiunto i 2000 km di pedalate,
a Punta Arenas sullo Stretto di Magellano. Viaggiando in direzione sud,
sud-est il vento continua ad esserci
favorevole
e Isabelle si stupisce delle distanze che
riusciamo a percorrere. La giornata inizia con una foratura di Isabelle e con
il sole,
le acque
del Seno Ultima Esperanza sono placide e il vento che soffia dal Cerro
Balmaceda è una dolce promessa. La pioggia
ci raggiunge mentre attraversiamo le llanuras
de Diana, ma il vento continua
a sospingerci fino a Morro Chico, una stazione
di Carabineros a 100 km da Puerto Natales. Qui ci fermiamo per la
notte. Una stufa a legna ci permette di asciugare i vestiti
bagnati,
mentre discorriamo col militare di servizio. Un vecchio hangar di legno ci
offre un buon riparo dal vento dove piantare
la tenda per la notte, insieme a Cédric, il
ciclista svizzero e Juan, un motociclista colombiano. Il secondo giorno
oltrepassiamo
un singolare monumento al viento
posto nel bel mezzo del nulla, un singolare omaggio al gran signore di queste
lande desolate.
Quando ci fermiamo al camping libre in riva allo
Stetto di Magellano, il contachilometri segna 126 km, record dell’intero
viaggio.
Di fronte a noi, nella luce del tramonto, la massa
scura della Terra del Fuoco è come un potente magnete che ci attira fatalmente.

A Punta Arenas, dopo una visita al monumento
dedicato a Ferdinando Magellano e alla pata de indio –il piede di
una
stata in bronzo raffigurante un indio della Terra
del Fuoco, che sembra abbia il potere di fare ritornare in questa città,
porto Isabelle a pranzo al ristorante del Circulo
Italiano sito nell’edificio dell’antica Società di Mutua Provvidenza.,
il menu del giorno a 2.500 pesos (circa 4 €) per
persona è estremamente conveniente anche se nulla ricorda l’Italia al di
fuori del nome e comunque non sento certo il
bisogno di nostalgia.

Imbarchiamo sulla Barcaza Melinka per
le circa tre ore di attraversata che ci separano dalla Terra del Fuoco. Il
vento
soffia gagliardo, il mare è agitato e i delfíni
–che solitamente accompagnano la barca, non si vedono. Sfrecciano invece
veloci nel cielo gli albatros, sfiorando la
superfice increspata dell’acqua, il loro volo è un incanto, un urlo di libertà,
le
loro ali spiegate sono la bellezza della natura
allo stato puro, signori dei freddi mari del sud e di cieli battuti da eterne
tempeste. Le sue ali di gigante gli
impediscono di camminare, scriveva Charles Baudelaire in una famosa
poesia,
uccello fiero e maestoso in volo ma goffo e
impacciato a terra.

Lottando contro il mar di mare attracchiamo a
Porvenir sull’Isla Grande de Tierra del Fuego. Passiamo la notte
nell’hospedaje
Desperto de Job,
richiamo biblico per questa pensione familiare la cui proprietaria ci fa
accomodare nel salone accanto
al fuoco- mentre fuori vento e pioggia si
accaniscono sulle strade deserte, per poi arringarci con un sermone ispirato,
in piedi accanto alla stufa con gli occhi fissi su
di noi ma che sembrano guardare oltre.
Lasciamo Porvenir il mattino seguente sotto la
pioggia; il cielo basso non promette niente di buono, ci ritroviamo sul
ripio, le
ruote affondano nel fango e nella terra resa molle dall’acqua. Riusciamo a
percorrere 60 km fino all’estancia
Concordia; qui mi ero già fermato tre anni fa ed
ero stato accolto con simpatia da Rigoberto – detto Fosforito, l’estanciero.
Nonostante ospiti molti cicloturisti di cui
colleziona foto e cartoline che gli vengono inviate da tutto il mondo, si
ricorda
del sottoscritto ed è come un ritrovarsi tra
vecchi amici. La
stufa è accesa e davanti ad un té di yerba ci raccontiamo le
nostre
vite di questi ultimi anni. Rigoberto vive da solo per
diversi mesi nell’estancia e i cicloturisti che si fermano a
chiedere acqua e riparo sono sempre i benvenuti. Ci sono due dormitori, dove
dormono i lavoratori stagionali durante le
settimane della tosa delle pecore, a disposizione.
Verso sera arrivano due altri ciclisti, Jema basco e Olivier svizzero e
passiamo la serata ad ascoltare le storie di
estancia e di vita nel campo di Rigoberto.

Il giorno seguente partiamo alle 11 dopo una lunga
prima colazione, è difficile lasciare il caldo della stufa quando fuori
soffia un vento gelido, ma il cielo è sereno e la
giornata molto bella, una lunga linea retta corre verso est e ci porta fino
alla frontiera di San Sebastián. Il vento ci
sospinge, incontriamo un albero piegato dalla sua forza incessante, i rami tesi
come dita di una mano protesa verso il cielo in un
folle, eretico sogno di poterne afferrare le nuvole.
Altro record del viaggio, 94 km in un giorno sul ripio.
I paesaggi lungo la Bahia Inútil sono solitari e selvaggi, pecore,
guanacos, caranchos e una moltitudine di cormorani
ci osservano passare.

Lasciamo il Cile, per l’ultima volta di questo
viaggio e mentre pedaliamo Isabelle ed io facciamo un piccolo, sommario
bilancio. Ci sono piaciuti i paesaggi della
Carretera Austral, il pueblo di Caleta Tortel e le piccole pensioncine
familiari
dove ci siamo sentiti a casa, la cordialità della
gente non sempre facile da conquistare, l’aji chileno –una salsa rossa
piccante e gli avocado che in Cile chiamano palta.
Abbiamo odiato unicamente la strada in muy malo estado a causa
del tempo e dei lavori e lungo la quale è stato
difficile e faticoso pedalare. Dopo aver timbrato i passaporti ci lasciamo
sospingere dal vento per 15 km fino alla dogana sul
lato argentino dove esiste una sala de estar con riscaldamento e
acqua corrente che i poliziotti propongono ai
ciclisti per passare la notte al caldo e al riparo dal vento. Qui ritroviamo
Jema e Olivier ed incontriamo per la prima volta
Hannes e Ansa, una coppia di tedeschi di cui abbiamo sentito parlare
più volte. Sono in viaggio da un anno con due
figli al seguito, Oskar 3 anni e Sophie 1 anno e mezzo. Dal Messico alla
Tierra del Fuego in bicicletta con i due pargoli
in un carrettino trainato da papà (il loro
sito è in tedesco, ma le foto
valgono la pena). Ormai mancano poco più di 300 km
a Ushuaia e la fin del mundo dei volantini turistici argentini.

Isabelle, che era partita con l’idea di pedalare
una media di 50 km al giorno, è sempre più stupita dei chilometri che stiamo
percorrendo. Solo qualche settimana fa Ushuaia
sembrava lontanissima e quasi irraggiungibile, ora è a soli 220 km.
Dopo un breve soggiorno al Club Nautico di Rio
Grande siamo nuovamente per strada, direzione sud, fortissimamente sud.
La ruta 3 compie un ampio,
inspiegabile giro per uscire da Rio Grande e dopo qualche chilometro la strada
asfaltata prosegue
diritta, mentre sulla destra, una pista ci seduce
con la sua promessa di quietitudine. Denominata el corazon de la isla
la strada di ripio è un’ottima alternativa
all’asfalto percorso da troppi veicoli. Dolci sali-scendi, il cielo blu
punteggiato di
nuvole appese ad un filo invisibile, guanacos e
ñandus che attraversano la pista deserta, un’estancia in lontananza dalla
quale si leva il fumo del fuoco del camino.
Sostiamo per la notte in un boschetto di faggi australi, mentre il pranzo del
giorno
dopo lo prendiamo su di un pontone di legno
abbandonato sulle rive del lago Yehuin.

Tolhuin è un villaggio di villeggiatura sulle rive
del lago Fagnano. La sua panaderia è ormai famosa e conosciuta
dai
ciclo-nomadi di tutto il mondo, il campeggio sulle
rive del lago pure. Siamo vicini alla meta, raggiungere Ushuaia ci era
sembrato un’illusione un mese fa, mentre ora ci
troviamo a soli 120 km. Piantiamo la tenda vicino al lago ma la riparo dal
vento che soffia increspandone le acque. I colori del tramonto ci seducono e decidiamo di fermarci per un giorno di riposo.
Abbiamo ancora una sola vera difficoltà da
superare, il Paso Garibaldi, una salita di circa 9 km, porta di
accesso verso
Ushuaia. Campeggiamo a circa 35 km per poi
lanciarci alla conquista –metaforica, della Baia che penetra verso
occidente,
il significato di Ushuaia in lingua Yamana. Foto
ricordo davanti al cartello d’ingresso alla città e poi una cioccolata calda
per festeggiare. Ci sistemiamo al camping Rio
Pipo, dove ci cuciniamo un’ottima cena, innaffiata da una buona bottiglia
di Malbec. Avevo già campeggiato in questo luogo tre anni fa e il titolare si ricorda di me. Passa un pò di tempo al nostro

tavolo, raccontandoci di Ushuaia, fin del mundo, fin del money, la
definisce con una breve battuta. Questa sera
festeggiamo il nostro viaggio, anche se non è
ancora finito. Ci rimangono una ventina di km per arrivare nel parque
nacional Tierra del Fuego fino a Bahia Lapataia, davanti al suo famoso cartello che
indica la fine della strada N° 3.
Ci carichiamo di acqua e viveri necessari per
passare tre giorni nel parco e partiamo, il cielo è grigio, ma niente potrebbe
ostacolarci. Arriviamo al cartello e la commozione
si impadronisce di Isabelle che mi abbraccia e nasconde il viso, poche
lacrime di gioia e di emozione per questa immensa
avventura che abbiamo vissuto insieme. Abbiamo pedalato, faticato, ci
siamo stupiti e meravigliati, abbiamo dormito
sotto un sottile telo di nylon come se fosse una tetto indistruttibile, abbiamo
contato le stelle infinite, guardato l’orizzonte
sfuggevole, respirato il vento e la pioggia, siamo stati uniti e felici, se non
avessimo entrambi più di 40 anni, direi che
durante questo viaggio siamo cresciuti...

Passiamo tre giorni nel parco a camminare tra le
foreste di faggi australi dai colori dell’autunno e a respirare l’aria libera e
selvaggia.
Rientriamo a Ushuaia sapendo che questa volta è
davvero finita. Ci trasferiamo al residencial Mayi, gestito da Maria e Teodoro,
una coppia cileno-argentina molto simpatica. Maria
è anche una cuoca eccezionale, ci prepara la centolla –
grancevola o ragno
di mare, una specialità della zona. Teodoro ci organizza una gita in barca sul
Canale di Beagle, questa stretta lingua di mare tra
le rive argentine della Tierra del Fuego e quelle
cilene dell’Isla Navarino. Il vento soffia come sempre fa a questa latitudine
vicina
al Cabo de Hornos, gli albatros si
librano nel cielo con le loro ali di gigante e le loro sagome si stagliano
sullo sfondo del cielo,
come immortalati dalle pennellate di un maestro
dell’arte rinascimentale.

Con tristezza smonto le biciclette e le preparo per il trasporto aereo. Stacco dal portabagagli il ferro di cavallo che avevo
montato a Bahia Murta, sulla Carretera Austral. Lo lascio in consegna a Teodoro, rimarrà tra i cimeli dei tanti viaggiatori
che sono passati dal residencial. Il volo da Ushuaia a Buenos Aires sorvola tutta la Patagonia, dal finestrino dell’aereo
osserviamo le piste di terra correre dritte all’infinito, come linee tracciate a matita da una mano precisa. Arriviamo a Buenos
Aires e ci tuffiamo nel caos della capitale, dopo il silenzio e la solitudine della Patagonia. In un mercatino dell’antiquariato
scoviamo un calendario originale del 1942 con i disegni di Molina Campos, che tanto ci erano piaciuti. Ne faremo 12 quadri
da appendere al muro dei nostri ricordi. Passiamo una serata al Cafè Tortoni, mitico locale di tango porteño, e partiamo con
il cuore inebriato da questo viaggio eccezionale. All’aeroporto di Nizza, rimontiamo le biciclette per rientrare a Monaco
pedalando, apriamo la porta dell’appartamento e spingiamo le bici sul balcone, poi guardo Isabelle negli occhi e, senza dire
una parola, vedo la stessa voglia che ho io di ripartire, al più presto, sulle piste del mondo.

il certificato di amicizia e soggiorno rilasciato
dalla città di Ushuaia a 1
centesimo per 1 kilometro.